MUSICA LIQUIDA

MUSICA LIQUIDA: DI COSA SI PARLA?

(Parte 1)

TEORIA DELL’EVOLUZIONE

musica liquida

Ripercorrere tutta la storia evolutiva dei supporti che negli anni sono stati utilizzati per immagazzinare musica, per permetterci poi di poterla riprodurre e quindi goderne ogni volta che lo desideriamo, sarebbe il classico incipit  “sarò breve” (mentre, accingendosi a cominciare un discorso, srotola distrattamente una pergamena di oltre 20 metri).

Mi limiterò quindi a ricordare che la grande diffusione della musica riprodotta si deve al caro vecchio disco in vinile che, alla fine degli anni ’40, sostituì il 78 giri in ceralacca, entrando di prepotenza nelle case di milioni di appassionati; ma in breve, la portabilità, unitamente alla possibilità di creare delle “compilations” personalizzate, fecero la fortuna della musicassetta, o semplicemente cassetta, che da metà degli anni ’60, affiancò il disco nell’opera di diffusione della musica (il che tra l’altro favorì anche la nascita dell’HIFI car).

Questi due nostri “eroi” dovettero convivere dagli inizi degli anni ’80 con l’argenteo CD, che nel giro di circa 15 anni, decretò l’obsolescenza e quindi praticamente la scomparsa (commerciale) dei suoi predecessori: possiamo dire che, a partire dall’inizio del nuovo secolo, a parte un relativo sparuto gruppo di nostalgici appassionati, il CD è stato l’unico vero supporto musicale, ancora più diffuso con l’avanzata dei PC che lo ha reso un mezzo praticamente universale (dati, musica, compilation, in casa, in auto, a spasso).

Ma da dietro l’angolo (seppure altri avevano già intrapreso questa soluzione) il geniaccio della Apple Steve Jobs, nell’estate del 2001, ti tira fuori il primo iPod, strumento “infernale” che in pochissimo spazio permetteva di immagazzinare e riprodurre una grande quantità di brani musicali, anche grazie al formato mp3 e simili: come per i “lettori”, anche questo formato audio era nato anni prima, ma possiamo dire che la consacrazione la dobbiamo probabilmente al prodotto Apple (un po’ come successo poi per gli smartphone)

evoluzione_supporto

LA MUSICA LIQUIDA

Quindi oggi ci troviamo a gestire un gran numero di diversi formati informatici (perdonate la cacofonia), che rappresentano il nuovo “supporto” musicale: anzi, in realtà possiamo dire che proprio l’assenza di un supporto fisico ha ispirato la definizione di “musica liquida” (per la prima volta utilizzato sulla famosa rivista AudioReview, nell’editoriale del n°272 dell’ormai lontano 2006).

Senza dubbio il più diffuso è l’mp3, che deve la sua fortuna all’esiguo spazio/brano occupato, grazie alla compressione del messaggio musicale: questo però costituisce anche il suo limite ai fini di un ascolto HIFI (anche se molti sostengono l’indistinguibilità rispetto al wav – qualità CD – vi assicuro che le differenze vi sono e sono riscontrabili, se analizzate con un buon impianto). Vi è da dire che gli mp3 esistono in diversi livelli qualitativi (al diminuire della compressione) che vanno da 128 kbit/s (minor qualità) a 384 kbit/s (massima qualità), anche se questi ultimi occuperanno quasi il medesimo spazio di altri formati (FLAC per esempio), non assicurando comunque la stessa qualità.

Quindi, lasciando gli mp3 ad altri campi di applicazione in cui la qualità non sia un requisito primario, possiamo dire che il riferimento di partenza sia quello adottato per i CD, ovvero files con 16bit/44.1kHz (in cui il primo numero indica il formato del campionamento e il secondo la frequenza di campionamento).

In breve tempo però ci si è resi conto che si poteva avere di più, semplicemente perché ormai molte case discografiche registrano almeno in formato 24bit/96kHz: si possono trovare comunque files con campionamenti diversi, fino ai 32bit/384kHz, massima qualità teoricamente oggi raggiungibile.

Tra i due estremi esistono diversi formati intermedi che derivano dai due formati originari:

                                                                                                                                                                               CD (44,1 kHz, ed i suoi multipli 88,2 kHz, 176,4 kHz, 352,8 kHz)

                                                                                                                                                                               DVD (48 kHz, e i suoi multipli 96 kHz, 192 kHz e 384kHz)

Entrambi i casi possono prevedere come numero di bit, oltre i classici 16, anche i 24 e 32.

Tali files vengono definiti lossless, ovvero senza perdite di informazione e i più utilizzati sono i FLAC (Free Lossless Audio Codec) e il WAV (WAVEform audio file format): entrambi sono formati qualitativamente ottimi e si distinguono solo perché il primo adotta un particolare procedimento di compressione che ne riduce di circa il 50% il “peso in Mbyte”, pur come detto senza perdita di informazioni, il che lo rende molto appetibile nei casi in cui si abbiano problemi di spazio di memorizzazione.

In conclusione di questa breve trattazione, mi sembra interessante riportare una considerazione (da me pienamente condivisa) di Fabrizio Montanucci, celebre e apprezzato Giornalista di AudioReview da assumere anche come consiglio: …. ascoltare suoni che provengono da file con campionamenti a 192 ed anche più kHz potrebbe apparire “seducente”, perché è del tutto ovvio che il limite ideale è il suono privo di discontinuità e questo può essere approssimato solo portando all’infinito sia la frequenza di campionamento che la parola di quantizzazione, ma probabilmente è inutile. A prescindere da qualsiasi considerazione relativa alla percepibilità anche remotamente indiretta degli ultrasuoni “lontani”, sono pochi i microfoni da studio di registrazione in grado di arrivare adeguatamente sopra i 50 kHz, e soprattutto sono pochissimi i tweeter, anche tra i cosiddetti “supertweeter”, in grado di salire sopra tale limite. Secondo noi con il formato PCM lineare a 96 kHz e 24 bit è possibile raggiungere la migliore qualità del suono oggi possibile, e non riteniamo fruttifero salire al di sopra ….

PARTE 2ª: LA PRATICA

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